Quando la plastica viene smaltita in modo improprio, rappresenta una grave fonte di inquinamento. Ad esempio, alcuni agricoltori bruciano i rifiuti di plastica all'aperto, rilasciando sostanze tossiche nell'aria. Quando viene danneggiata, degradata o abbandonata nell'ambiente, la plastica può degradarsi in microplastiche e nanoplastiche, che possono trasferirsi e accumularsi nella catena alimentare, minacciando la sicurezza alimentare, la sicurezza dei prodotti alimentari e, potenzialmente, la salute umana. Recenti studi hanno dimostrato che le microplastiche e le nanoplastiche influenzano le proprietà fisicochimiche del suolo, alterano la ricchezza delle comunità microbiche e hanno un impatto sull'impollinazione e sulla produttività delle colture.²
Nel suolo agricolo, la principale fonte di microplastiche sono i teli di pacciamatura (39%). Quantità significative di microplastiche provengono anche dai fanghi di depurazione e dal compost di bassa qualità, utilizzati come fertilizzanti. A volte, i processi di rimozione e separazione durante la produzione di tali fertilizzanti sono inefficienti, con conseguenti infiltrazioni di frammenti di plastica nel suolo.³
Questo dovrebbe farci riflettere: la plastica è una soluzione economica e immediata per molti problemi comuni riscontrati in agricoltura. Tuttavia, considerando gli impatti negativi a livello ambientale, ecosistemico e sulla salute umana, la plastica può causare più danni che benefici. Ciò è particolarmente evidente nel costo cumulativo dell'inquinamento da plastica, dato il continuo aumento dello strato di rifiuti che essa costituisce. Un recente rapporto del WWF afferma che “il costo sociale della plastica prodotta nel 2040 potrebbe raggiungere i 7,1 trilioni di dollari (+/- 2,2 trilioni di dollari), pari a circa l'85% della spesa sanitaria globale nel 2018 e superiore al prodotto interno lordo (PIL) di Germania, Canada e Australia nel 2019 messi insieme”.4